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• Dichiarazione di Matteo Mecacci, Deputato Radicale e Presidente dell’Intergruppo Parlamentare per il Tibet e di Bruno Mellano Presidente di Radicali Italiani:

Oggi pomeriggio è giunta a Roma, su invito del Partito Radicale, Dolma Gyari, Vice Presidente del Parlamento Tibetano in Esilio, con l’obiettivo di ottenere l’attenzione delle istituzioni italiane sulla repressione del dissenso politico che continua e si aggrava in Tibet.

Le recenti condanne a morte nei confronti di tibetani che avevano partecipato alle manifestazioni del marzo 2008 confermano che la Repubblica Cinese continua a usare il pugno di ferro nei confronti dei tibetani che rifiutano e si oppongono alle politiche “colonizzatrici” cinesi. Al tempo stesso, Pechino rifiuta di riconoscere il ruolo e la funzione politica svolte in questi decenni dal Dalai Lama attraverso, da un lato, la pratica e la predicazione della nonviolenza come mezzo di espressione di dissenso politico, e dall’altro con la richiesta di piena autonomia per il Tibet all’interno della Cina come alternativa all’indipendenza nazionale.

Lo scorso 10 marzo la Camera dei Deputati ha approvato all’unanimità una mozione con la quale impegna il Governo “a rafforzare la posizione comune in sede europea a favore di un dialogo costante, aperto, veritiero e costruttivo tra le autorità di Pechino ed i rappresentanti del Dalai Lama, essendo questi ultimi interlocutori essenziali, al fine di giungere ad una soluzione mutuamente soddisfacente della questione tibetana,(…)”

La visita in Italia di Dolma Gyari, rappresenta quindi senza ombra di dubbio un’ottima occasione per ribadire il sostegno del Parlamento, e del Governo, italiani, alle istituzioni politiche tibetane in esilio nel loro faticoso tentativo di dialogo con le autorità cinesi, che al momento non sembra avere sbocchi. E mentre va sottolineato che il Parlamento, sia alla Camera che al Senato, riceverà Dolma Gyari accompagnata da una delegazione di parlamentari dell’Intergruppo per il Tibet, per quanto riguarda la Farnesina, dobbiamo constatare che al momento non vi sono risposte positive alle richieste di incontro che sono state avanzate. Non è una novità, ahinoi, per i Governi partitocratici italiani di centrodestra o di centrosinistra, rifiutare il dialogo diretto con i rappresentanti della diaspora tibetana, e speriamo di non essere i soli a dolercene

Un anno fa, il 1° aprile 2008, Romano Prodi firmava uno degli ultimi atti del suo governo, il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri su “Modalità e criteri per il trasferimento al Servizio sanitario nazionale delle funzioni sanitarie, dei rapporti di lavoro, delle risorse finanziarie e delle attrezzature e beni strumentali in materia di sanità penitenziaria”.

Con tale provvedimento si intendeva dare finalmente attuazione alla riforma della medicina penitenziaria, sancita dieci anni fa (il premier era allora Massimo D’Alema) dal D. Lgs. 22 giugno 1999, n. 230; riforma che intende equiparare il trattamento sanitario dei cittadini detenuti agli altri.

Siamo tentati di considerare il provvedimento di Prodi di un anno fa un pesce d’aprile, per nulla divertente. Sul sito del Ministero della Salute è reperibile l’Accordo Stato-Regioni in materia sanitaria, firmato il 25 marzo scorso, che dedica alla questione della riforma della sanità penitenziaria tre paginette, limitandosi ad elencare le difficoltà della sua attuazione, ad appellarsi genericamente alla “libertà decisionale delle Regioni” e a “suggerire” quattro priorità: tutela delle detenute e della loro prole, salute mentale, minori, sistema informativo.

E c’è anche un passaggio sulla “scarsa conoscenza di dati epidemiologici sistematici sulle patologie prevalenti e dei fattori di rischio specifici che sono causa delle patologie” … ma il governo che ha firmato l’Accordo Stato-Regioni non è lo stesso che ha tolto il divieto ai medici di segnalare le persone extracomunitarie irregolari, aumentando così a dismisura il rischio della diffusione di tali patologie e la relativa scarsa conoscenza delle stesse?!

Foto di Mariano Ferrentino (dove ogni tanto compaio anche io)

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