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110 sono stati i decessi avvenuti nelle 217 carceri italiane nei primi mesi del 2009, 1 ogni 2 giorni, alcuni dei quali attribuiti a cause “non accertate”, e oltre 45 i suicidi: si tratta spesso di giovani in attesa di giudizio, appena rinchiusi, che tragicamente preferiscono la morte alla prigione. Oltre 64.000 i detenuti su capienza prevista di appena 43.000 posti.
In Italia sembra impossibile aprire una serio e costruttivo dibattito su questi dati e sulla generale situazione delle carceri nel nostro paese. Radicali Italiani lo ha fatto con l’iniziativa “Ferragosto 2009 in carcere” quando circa 150 fra parlamentari e consiglieri regionali si sono recati in visita ispettiva per verificare la situazione. Il Ministro Angiolino Alfano ha commentato che è l’Europa a dover intervenire.
Ma cosa succede in Europa? In Francia, per esempio, i dati sono drammaticamente simili e un dibattito si sta aprendo proprio in questi giorni. In particolare Le Monde e Le Monde diplomatic stanno alimentando un confronto pubblico sulla situazione carceraria d’oltralpe.
Il numero di suicidi nelle 194 carceri francesi è in brusco aumento: martedì 18 agosto, il ministro della Giustizia, Michèle Alliot-Marie, ha promesso “trasparenza” e reso pubblico che al governo risultano 81 suicidi dall’inizio dell’anno. Nel frattempo, però, associazioni per la protezione dei prigionieri, in particolare l’Osservatorio internazionale sulle prigioni, hanno sostenuto che i numeri sono ben superiori, da 88 a 92 i suicidi dal gennaio all’inizio di agosto. Al di là di questa polemica statistica, si teme che l’anno 2009 sarà caratterizzato da una situazione ben più triste rispetto agli altri anni precedenti: nel 2008: 115 suicidi, nel 2007: 96, nel 2006: 93 e molto vicino al deplorevole “record ” del 1996, che registro 135 morti suicidi. Il Governo francese ha annunciato di puntare sulla formazione del personale penitenziario, sul migliorare l’accoglienza delle persone che arrivano in carcere, fornendo i prigionieri di lenzuola, coperte, materassi non infiammabili e non utilizzabili per atti autolesionistici, prevedendo anche la nomina di “prigionieri di sostegno”, affiancando cioè detenuti più anziani e stabili ai nuovi giunti. Le carceri sono “una vergogna per la Repubblica” denunciava in un rapporto del Senato francese nel 2000, frase che Nicolas Sarkozy ha ripreso, parola per parola, nel suo discorso alla prima assemblea parlamentare di Versailles, il 22 giugno scorso. Anche il Francia il sovraffollamento delle carceri è evidente, con 62.420 detenuti al 1° agosto a fronte dei 51.000 posti previsti, ma la serie di leggi adottate negli ultimi anni per la cosiddetta sicurezza (piani di sanzioni, di recidiva, ecc.) hanno contribuito meccanicamente a riempiere le carceri francesi.
Il quotidiano Le Monde ha affermato: “si tratta di una situazione indegna di una democrazia: la responsabilità primaria dello Stato è quello di fermare la situazione e non solo di documentarla”. Possiamo sottoscrivere questa dichiarazione: ma per l’Italia il dato di trasparenza e conoscenza non è irrilevante, visto che troppo spesso i tentati suicidi vengo derubricati in atti di autolesionismo!
Berlusconi e i suoi uomini sono ormai “scesi in campo” da oltre 15 anni: lo scarica barile delle responsabilità non è più ammesso ed ammissibile!
Meglio tardi che mai. Dopo 14 mesi dalla costituzione del Dipartimento nazionale Antidroga, dopo che ieri abbiamo fatto presente che il sito del Dipartimento non riusciva nemmeno a fornire l’elenco e gli indirizzi delle comunità terapeutiche esistenti in Italia, oggi è apparso online un esaustivo elenco delle stesse: http://www.politicheantidroga.it/organismi/sert-e-comunita-/comunita-terapeutiche.aspx.
Bene, possiamo dunque sperare che alla ripresa autunnale il sottosegretario Giovanardi sia altrettanto solerte nel rispondere all’interpellanza depositata ieri dai deputati radicali/PD (a prima firma Rita Bernardini) e che sarà nei prossimi giorni depositata anche al Senato (a firma Donatella Poretti e Marco Perduca) sulla Relazione annuale del Governo al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia nel 2008 (presentata da Giovanardi a fine giugno).
In tutte le attività, per essere credibili, occorre avere basi solide. Il Dipartimento Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri ha accusato Beppe Grillo di fare sul suo blog istigazione, proselitismo e induzione all’uso di cannabis ed ha segnalato il fatto alla Procura per gli opportuni accertamenti.
Noi siamo andati a vedere il sito non di Grillo ma del Dipartimento Antidroga (www.politicheantidroga.it), da cui apprendiamo che il Dipartimento è stato istituito con Decreto di Berlusconi del 20 giugno 2008, 14 mesi or sono. Siamo andati nel link dedicato a “Ser.T e comunità”; ebbene, il Dipartimento, alla data di oggi, non è nemmeno in grado di fornire ai cittadini italiani (che pure sborsano fior di quattrini per foraggiare il Dipartimento) l’elenco e gli indirizzi delle comunità terapeutiche esistenti in Italia. Eppure, il sottosegretario Carlo Giovanardi, da cui dipende il Dipartimento, non perde un’occasione per sottolineare l’importanza di tali comunità!
E ancora: fino a un mese fa, nel settore “Ser.T” (servizi pubblici per le tossicodipendenze), vi era una pagina di spiegazione delle attività dei Ser.T che elencava sia gli aspetti positivi che negativi dei servizi; crediamo che fosse uno dei pochi casi al mondo in cui un’istituzione pubblica quale è il Dipartimento elencasse le magagne di un’altra istituzione pubblica, quali sono i Ser.T. Dopo nostra segnalazione, ripresa dall’ADUC (Associazione degli Utenti e Consumatori), il Dipartimento ha cambiato la pagina web, togliendo le negatività (a testimonianza di quanto diciamo e della sciatteria con la quale è gestito il sito, è rimasto il titolo “I Ser.T. Cosa sono, come operano, gli aspetti positivi e negativi dei Servizi Pubblici per le Tossicodipendenze”).
Il Dipartimento approfitti delle ferie estive per darsi una veste online credibile; altrimenti, non è credibile neppure nella sua accanita difesa del regime proibizionista, compresa la segnalazione alla Procura delle dichiarazioni di Grillo, che sono, piacciano o non piacciano, libere manifestazioni del pensiero tutelate dall’art. 21 della Costituzione della Repubblica Italiana.
Nello squallore del dibattito politico estivo, tutto incentrato sulle esternazioni comiche di Umberto Bossi su “dialetto obbligatorio a scuola” e “Mameli, questo sconosciuto”, non possiamo esimerci dal segnalare la felice eccezione de “La Stampa”, che oggi dedica le pagine 4 e 5 a un argomento finora trattato solo nei comunicati radicali: la dipendenza sempre più stretta dell’Italia dalla Russia in campo energetico, tanto da rendere l’AD dell’ENI, Paolo Scaroni, il nostro vero rappresentante diplomatico a Mosca; dipendenza che ci pone in cattiva luce presso l’Amministrazione USA, che ci considera ormai, giustamente, il cavallo di Troia di Gazprom/Putin nell’Unione Europea.
E’ troppo sperare che in settimana i politici parlino di questo e non delle barzellette estive di Bossi?
E’ troppo chiedere che qualche giornalista ricordi a Berlusconi che c’è chi fa affari lucrosi con Putin ma non per questo perde l’uso della parola e il diritto di critica, come il cancelliere tedesco Angela Merkel, che venerdì scorso, incontrando il presidente russo Medvedev sul Mar Nero, gli ha chiesto di fare piena luce sui recenti omicidi di attivisti dei diritti umani in Cecenia?
Ieri il ministro delle Politiche Comunitarie, Andrea Ronchi, ha parlato forte e chiaro, denunciando le ambiguità e l’inadeguatezza dell’Unione Europea di fronte alla quotidiana violazione dei diritti umani in Iran; Ronchi ha ricordato le impegnative parole di Gianfranco Fini (“non ci possono essere interessi economici che tengano di fronte alla violazione dei diritti umani”) ed ha persino annunciato che patrocinerà, a settembre, la trasferta a Bruxelles di dissidenti iraniani residenti in Italia.
Noi prendiamo in parola il ministro Ronchi e lo invitiamo a non essere strabico, a non denunciare solamente le violazioni dei diritti umani in Iran o, magari, in Birmania, ma anche quelle che avvengono ogni giorno, da dieci anni, a Mosca e a Grozny. Ieri altri due operatori umanitari ceceni sono stati assassinati; si occupavano del reinserimento di giovani orfani o mutilati, non rivestivano alcuna funzione “politica”. Sempre ieri, un altro giornalista è stato ucciso in Daghestan, portando il triste elenco dei reporter uccisi nel Caucaso dal 2000 a quota 200.
Ma come farà Ronchi a parlare di Cecenia, a patrocinare magari viaggi di dissidenti ceceni (i pochi rimasti vivi) davanti alla sede della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con un capo del governo che sfrutta qualsiasi occasione, si autoinvita persino, pur di apparire accanto al suo grande amico Vladimir Putin, responsabile di crimini di guerra e contro l’umanità in Cecenia da esattamente dieci anni, responsabile di aver messo al potere a Grozny un vero e proprio bandito, Ramzan Kadyrov?
Ministro Ronchi, presidente Fini, siete proprio certi che gli interessi economici di Eni ed Enel, sempre più strettamente legati a Gazprom e ai gasdotti controllati da Mosca, sempre più confliggenti con gli interessi strategici dell’Unione Europea, faranno un passo indietro rispetto alla denuncia della violazione dei diritti umani, in Russia come in Cecenia?
L’intervento pubblico del Prof. Umberto Veronesi a favore della pillola RU486 è, naturalmente, da salutare con favore; anche questa volta Veronesi non ha peccato di omissione, come non aveva peccato in passato, quando si era schierato apertamente su temi forse ancora più scomodi quali la critica al proibizionismo sulle droghe o l’eutanasia.
Proprio il rispetto e l’attenzione che nutriamo nei suoi confronti ci portano a non peccare nemmeno noi di omissione e ad affermare che la sua esaltazione dell’inarrestabile progredire del “pensiero femminile” in Italia, a partire anche dalla introduzione della RU486, sia semplicistica e fuorviante.
Ci dispiace dirlo, ma la lotta per la RU486 è stata portata avanti, per nove anni, in questo Paese, da un uomo, il Dr. Silvio Viale, affiancato all’Ospedale S. Anna di Torino da altri colleghi maschi, e sostenuto da una forza politica, il Partito Radicale (a Torino, l’Associazione Radicale Adelaide Aglietta), composto da uomini e donne, senza particolari sottolineature di genere.
Ci dispiace dirlo, ma il “movimento delle donne”, in Italia, non esiste. E’ proprio la sua inesistenza una – certo non la sola – delle ragioni per cui la pillola RU486 è stata introdotta in Italia nel 2009 e non già nel 1989; per cui il 70% dei ginecologi ospedalieri è obiettore; per cui al 54,7% delle donne calabresi che si sono sottoposte all’aborto nel 2007 è stato applicato il raschiamento e non il meno doloroso e più sicuro metodo Karman; per cui i consultori sono ridotti in condizioni penose e la pillola del giorno dopo non può essere venduta in farmacia.
Nell’autunno 2005, grazie al dibattito politico seguito alla sperimentazione della RU486 presso l’Ospedale S. Anna di Torino, nacque un cartello di Associazioni femminili/femministe dal nome significativo: “Usciamo dal silenzio”. Il 14 gennaio 2006, decine di migliaia di donne (e uomini) manifestarono a Milano in difesa delle legge 194. Sono passati oltre tre anni, ma di quel movimento è rimasto un sito Internet non aggiornato.
E’ troppo sperare che dalle iniziative che dovranno essere incardinate in ciascuna Regione affinché la RU486 diventi disponibile concretamente negli ospedali nasca nuovamente un “movimento delle donne” in grado di riprendere tutti i problemi sul tappeto e di lottare qui ed ora, senza chiusure corporative, settarie o, peggio, partitocratriche?
La proposta dell’on. Gasparri di istituire di svolgere un’indagine parlamentare sulla RU486 è un film già visto e nemmeno dei migliori. Nel novembre 2005, a tre mesi dall’avvio della sperimentazione della pillola abortiva all’Ospedale S. Anna di Torino e dopo che l’allora ministro del centrodestra Francesco Storace aveva cercato inutilmente di bloccare Viale e compagni, il segretario dell’UDC, Lorenzo Cesa, se ne uscì con la proposta di una commissione d’inchiesta parlamentare sull’attuazione della legge 194, tanto per prenderla alla larga.
A tambur battente (le elezioni politiche erano vicine e il centrodestra, anche allora, ci teneva a far bella figura col Vaticano), presso la Commissione Affari Sociali della Camera, si tennero, da metà dicembre 2005 al 31 gennaio 2006, una serie di audizioni di associazioni, soprattutto cattoliche (ma l’11 gennaio 2006 furono auditi anche Silvio Viale, Mirella Parachini e Marco Cappato per l’Associazione Coscioni). Infine, fu redatto un documento conclusivo, di cui forniamo in calce il link all’on. Gasparri, così può ripassare la lezione e fare nuovamente bella figura presso le gerarchie vaticane. Perché è solo questa l’utilità dell’indagine parlamentare! Sulla RU486 chi si vuole informare ha da anni a disposizione tutte le informazioni; non c’è bisogno di alcun supplemento di inchiesta.
Se il centrodestra vuole bloccare la RU486, non inventi alibi; ha tutti i numeri per fare una legge in Parlamento o per emanare un decreto-legge. Non lo fa perché sa di aver perso la partita politica; e il Vaticano non glielo perdona.
Il neo Assessore provinciale di Novara Luini afferma che il prodotto fitosanitario a base di alfacipermetrina eccezionalmente utilizzato per combattere il punteruolo del riso non sia stato recentemente “sdoganato” dal Governo e così ritiene di correggere e smentire le affermazioni di Radicali e WWF, dando nel contempo massima assicurazione delle buone intenzioni degli agricoltori.
Purtroppo, però, si contraddice senza portare elementi nuovi.
Il “Contest”, infatti, per questo particolare intervento sul riso contro un parassita non autoctono, è stato appositamente autorizzato per la prima volta quest’anno con un decreto del Ministero della Salute del 31 marzo scorso. Come ho personalmente detto in tutte le conferenze stampa effettuate, la novità del decreto sta proprio nell’autorizzazione ad utilizzare il fitofarmaco contro il punteruolo acquatico del riso, utilizzando la deroga massima possibile di 120 giorni, che è scaduta il 28 luglio scorso.
Anziché una difesa d’ufficio, utile solo all’assessore per accreditarsi con i risicoltori, dalla Provincia ci si poteva attendere l’impegno pubblico ad un puntuale monitoraggio di quanto avvenuto, sia in merito ai rischi ed ai danni che il trattamento ha procurato alla microfauna acquatica sia sulla correttezza dell’eccezionale utilizzo sia, infine, rispetto alla stessa efficacia dell’intervento, anche per rispondere alla stessa domanda posta all’assessore: e il prossimo anno….?
Sarebbe, invece, utile conoscere l’opinione dell’Assessore provinciale all’Ambiente, anche perché la CEE ha già considerato fondato il reclamo del WWF proprio per la parte che riguarda la tutela della microfauna e dell’habitat naturale delle risaie. Sarà perché la stessa Comunità europea, pagando consistenti contributi ai conduttori dei 200.000 ettari di risaie lombardo-piemontesi per mantenere l’acqua in campo come presidio della biodiversità, risulta più sensibile?
Ieri la Presidente della Regione Piemonte, Mercedes Bresso, ha così brevemente commentato l’introduzione in Italia della pillola abortiva RU486: «Dal punto di vista etico non vedo differenza fra aborto chirurgico e medico. Noi facciamo tutto il possibile per ridurre il numero degli aborti, per aiutare le donne e informarle sulle possibilità che hanno in caso di una gravidanza difficile. Per chi decide di non portare a termine la gravidanza facciamo tutto il possibile per essere d’aiuto e credo che la Ru486 darà un’opportunità in più affinché la donna sia nelle migliori condizioni sanitarie e psicologiche. Se non ci daranno disposizioni non mi sentirei di darne io, se non di rispettare la legge 194, e così per il protocollo. Senza, il modo migliore sarà seguire la volontà della donna supportata dal medico, secondo la legge 194». (“La Stampa”, 6/08/09).
Le parole della Bresso sono da apprezzare sia per il contenuto sia per la misura, considerato che dal campo clericale continuano ad arrivare incitamenti alla mobilitazione e a prendere le armi (vedi appello di ieri di Giuliano Ferrara sul “Foglio”).
Il Piemonte, rispetto al compito di assicurare l’opportunità dell’aborto farmacologico nei suoi ospedali, non è all’anno zero; direttori generali, direttori sanitari, medici, infermieri possono attingere all’esperienza maturata presso l’Ospedale S. Anna di Torino, grazie al “pioniere” Silvio Viale, grazie alle maestranze dell’ospedale, grazie all’attenzione del DG Walter Arossa. E a proposito di direttori generali, vogliamo sottolineare la presa di posizione, forte e chiara, del Dr. Claudio Macchi (DG Azienda Ospedaliera di Novara), che aveva già fornito la propria disponibilità ben prima del pronunciamento dell’AIFA.
Guardando alle esperienze di altre regioni, è doveroso citare quella dell’Emilia-Romagna, che ha redatto un apposito protocollo operativo, citato dallo stesso ministro Sacconi nella Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 194/78; tale protocollo prevede per la donna due accessi in day-hospital a distanza di due giorni per la somministrazione dei due farmaci abortivi, oltre a una visita ambulatoriale di controllo dopo 14 giorni. Nel 2007, su 563 IVG eseguite in Emilia con la RU486, solo per una è stato disposto un ricovero di due giorni; solo in 37 casi (6,6%) alla procedura farmacologia ha fatto seguito una revisione di cavità per mancato o incompleto aborto (dalla Relazione citata, pagg. 3 e 4).
In conclusione, dopo che la politica ha discusso aspramente sul tema per almeno nove anni, dopo che l’AIFA (dopo un esame durato 628 giorni), ha preso atto, finalmente, che un farmaco utilizzato da trent’anni da milioni di donne in tutto il mondo non poteva più essere negato alle donne italiane, è ora che il mondo della sanità sia messo nelle condizioni di operare con serenità, nel pieno rispetto della legge 194 del 1978, che all’art. 15, lo ricordiamo per l’ennesima volta, prevede l’aborto farmacologico”.



