Lunedì prossimo, il Dalai Lama, guida spirituale e politica del Tibet, compie settantaquattro anni, cinquanta dei quali trascorsi nell’esilio indiano di Dharamsala. Per celebrare il doppio anniversario l’Associazione Comuni, Province e Regioni per il Tibet organizza – lunedì 6 luglio alle ore 11.30, in piazza Cavour, a Torino – una manifestazione in sostegno della lotta nonviolenta dei tibetani e a supporto del memorandum per una piena autonomia del Tibet presentato dagli inviati del Dalai Lama alle autorità della Repubblica Popolare di Cina.

All’iniziativa, indetta dall’Associazione Comuni, Province e Regioni per il Tibet, hanno aderito e prenderanno parte i rappresentanti dell’Associazione Radicale Adelaide Aglietta, Interdependence, Amnesty International Piemonte e Italia-Tibet. Alla manifestazione, che si svolgerà sotto la statua – recentemente inaugurata – del mahatma Gandhi, interverrà anche Bruno Mellano, Presidente di Radicali Italiani.

Proprio lunedì, con il presidente cinese Hu Jintao invitato al G-8, giungerà una folta delegazione di 300 imprenditori cinesi che, guidata dal ministro del Commercio Chen Deming, perlustrerà l´Italia a caccia di opportunità d´investimento.

Le istituzioni e l’opinione pubblica occidentale devono essere sempre più consapevoli della stretta interdipendenza che si è creata con il processo di globalizzazione. Occuparsi e supportare il Dalai Lama e la causa tibetana è, oggi più di ieri, un modo concreto e diretto di occuparsi anche dei nostri interessi di cittadini italiani ed europei. Celebrare e festeggiare pubblicamente il compleanno di un leader che ha fatto della scelta nonviolenta la scelta di una vita, di un popolo e di una cultura millenaria è il modo migliore, e più politico, per sottolineare che la forza dell’arma nonviolenta sta nella sua capacità di mobilitare gli altri, di convincere l’avversario, di dialogare con l’interlocutore, come insegna l’esempio del mahatma Gandhi. Certo la Repubblica Popolare di Cina non è il Regno Unito della Gran Bretagna, ma l’interconnessione delle società odierne è indubbiamente molto maggiore che in passato: su questo dato dobbiamo continuare a mobilitarci ed esigere comportamenti conseguenti dai nostri Governi. La vasta delegazione cinese, in arrivo in Italia proprio nella giornata del compleanno del Dalai Lama, dimostra che l’interesse finanziario, economico e commerciale non può che essere reciproco, fra Cina ed Occidente: i settori di interesse preannunciati dal ministro cinese del Commercio (il manifatturiero dall´auto al tessile; l´agroalimentare; l´energia; le tecnologie verdi per la protezione dell´ambiente) sono indubbiamente strategici per tutti. La base per ogni autentico e fecondo rapporto deve, però, essere la chiarezza e la franchezza. L’Italia è amica del Dalai Lama e dei tibetani? L’Italia è per il rispetto dei diritti umani? L’Italia sta dalla parte dei nonviolenti? Bene, allora, auspico che qualche membro del Governo italiano trovi il modo, in questi giorni, di dirlo pubblicamente e di farlo sapere anche agli “amici” cinesi, perché parlando di Tibet si potrà parlare anche di Birmania, Sudan, Darfur oltre che di Iran, Iraq, Afganistan e della Cina stessa.

Una dichiarazione, una mera citazione della questione tibetana sarebbe di per sé un regalo importante per i 74 anni di Tenzin Gyatzo, XIV Dalai Lama del Tibet e per la verità dei rapporti internazionali con la Repubblica Popolare della Cina.

Abbiamo letto veementi dichiarazioni del governatore della Puglia, Nichi Vendola, esaltanti la questione morale, con le immancabili citazioni di Enrico Berlinguer. Noi prendiamo molto seriamente il tentativo di Vendola di fare pulizia nella sanità pugliese. Per questo gli chiediamo di essere conseguente e di approfondire i problemi. La nuova Giunta, che si appresta a formare, selezionerà i direttori generali delle aziende sanitarie e degli ospedali pugliesi – partendo magari da quello dell’ASL di Bari – con il vecchio manuale Cencelli della partitocrazia?

Noi radicali abbiamo presentato – prima in Piemonte nel 2001 e poi in Parlamento (PDL “Mellano e altri” del 4 febbraio 2008, ripresentato dall’on. Farina Coscioni e altri, PDL 278 C.) – una proposta di legge che scardina completamente il meccanismo delle “nomine di partito”: la selezione dei manager delle aziende sanitarie viene affidata totalmente a una commissione costituita da cinque membri scelti fra i rappresentanti delle maggiori società di interesse nazionale nel campo del consulting manageriale, prese in considerazione in base alla media ponderata dei seguenti fattori: fatturato, numero delle sedi sul territorio, numero personale inquadrato e a progetto. La commissione suddetta stila una graduatoria in base alla quale sono assegnati i vari posti in palio, tenendo conto anche delle indicazioni dei candidati e delle valutazioni della commissione.

Chiediamo al governatore Vendola di esprimersi sulla nostra proposta, concreta e fattibile. La Puglia e l’Italia intera hanno urgente bisogno di essere liberate dall’esercito di occupazione insediato negli ospedali come nelle aziende del latte; ma per farlo non bastano slogan e appelli al popolo, servono atti di governo concreti e puntuali riforme dei meccanismi, sfruttando nel migliore dei modi i nove mesi che restano prima della fine del suo mandato.

Joschka Fischer (ex leader dei Verdi tedeschi, ex ministro degli Esteri) è divenuto “consulente politico e di relazioni pubbliche” del consorzio che lavora alla costruzione del gasdotto Nabucco, sponsorizzato da Unione Europea e Stati Uniti, che dovrebbe collegare l’Asia Centrale all’Europa bypassando la Russia di Putin (fonte: rivista tedesca Manager, citata dal Corriere della Sera di ieri).

E’ una notizia importante, anche se nel panorama politico italiano, tutto rivolto al proprio ombelico, non sarà considerata da nessuno. Joschka Fischer è un politico di razza che ha saputo affrancare i Verdi tedeschi da posizioni ideologiche e fondamentaliste: esattamente dieci anni fa affrontò urla, sputi e uova marce al Congresso dei Grunen per difendere la giustezza dell’intervento militare della Nato contro la Serbia per fermare la pulizia etnica di Milosevic in Kosovo. Profondo conoscitore dei Paesi che il Nabucco dovrà attraversare, da sempre sostenitore dell’entrata della Turchia dell’Unione Europea, Fischer ha tutte le carte in regola per battersi contro il suo ex mentore politico, l’ex premier tedesco Gerhard Schroder, che pochi mesi dopo aver perso le elezioni, nel 2005, passò a libro paga di Gazprom e di Putin, divenendo capo del consorzio North Stream, il gasdotto che intende unire Russia e Germania attraverso il Mar Baltico, bypassando Ucraina e Polonia.

Oltre a Schroder, Fischer dovrà vedersela con il governo Berlusconi, che, attraverso l’ENI, è il più sfegatato sponsor del gasdotto South Stream, voluto da Gazprom e nei fatti alternativo al Nabucco. Alla luce dell’incarico che dovrà svolgere Joschka Fischer, acquista ancora più rilevanza politica il netto rifiuto che Romano Prodi seppe opporre all’offerta russa di presiedere il consorzio South Stream, offerta fatta da Putin pochi giorni dopo la sconfitta del centrosinistra alle elezioni politiche dell’aprile 2008, quando Prodi era ancora premier.

Aung San Suu Kyi compie oggi 64 anni. La donna, premio Nobel per la pace nel 1991, che da più di vent’anni rappresenta la figura guida con coraggio e tenacia l’opposizione contro la dittatura che governa la Birmania è dal 1995 agli arresti domiciliari. Da oltre un mese è detenuta nel carcere di Insein, in attesa di un’ulteriore sentenza per la recente accusa di aver ospitato illegalmente, nella sua casa, un cittadino statunitense.

L’episodio è ancora avvolto da un alone di mistero. Secondo le informazioni più recenti, l’uomo, John William Yettaw, un mormone americano di 45 anni, avrebbe raggiunto l’abitazione di Aung San Suu Kyi a nuoto, partendo dalla riva opposta del lago su cui si affaccia la casa, e vi sarebbe rimasto per qualche giorno. L’ospitalità è costata alla leader una nuova imputazione e, appena trapelata la notizia, è stata immediatamente trasferita nel famigerato carcere della capitale. Nonostante le sue precarie condizioni di salute, dovrà restare in carcere almeno fino al giorno della sentenza, prevista per il prossimo 26 giugno.

A nulla sono valse le blande proteste della comunità internazionale, la giunta militare birmana ha aspettato pazientemente che passassero i giorni “caldi” delle prime pagine mondiali, la notizia è uscita dal cono di illuminazione dei media e ora si prepara ad emettere un ennesimo infamante verdetto, protetta dal silenzio stampa.

Per i generali questo pare essere l’unico modo di assicurarsi la stabilità e la continuità del potere: le elezioni, indette per il 2010 su pressione internazionale, sono imminenti e i militari non vogliono correre il rischio di perderle una seconda volta.

Nel 1992, in seguito alla vittoria del partito democratico, la giunta militare si riprese immediatamente il potere con l’uso della forza: le risoluzioni e le condanne per le ripetute violazioni di libertà politiche e diritti umani sia da parte delle Nazioni Unite che dell’Unione Europea che di singoli governi, sono rimaste sulla carta.

Il rinnovo degli arresti di Aung San Suu Kyi con la motivazione che secondo la legge birmana l’ospitalità accordata si configurerebbe come “violazione di detenzione” sarebbe il nuovo escamotage per i generali per sbarazzarsi della leader dell’opposizione e non correre il rischio di risultati inaspettati in sede di voto.

La lotta, coraggiosa e difficile, di Aung San Suu Kyi la porta a trascorrere l’ennesimo compleanno lontana dai suoi affetti, dalla sua famiglia: suo marito è morto di tumore qualche anno fa e non vede i figli da ormai quattordici anni, ma anche dagli amici e dai colleghi, ormai quasi tutti in carcere o in esilio.

La domanda che sorge in spontanea: che fa l’Europa? Che fa Piero Fassino, inviato speciale dell’UE in Birmania?? Forse la giornata odierna potrebbe, almeno, servire per rilanciare l’iniziativa politica europea.

“Credo che il sostegno dei radicali al centrosinistra in questi anni sia stato importante, chiaro e – spesso – poco valorizzato. Per questo, rispondo con piacere alla sollecitazione che nei giorni scorsi ci hanno

fatto arrivare, perché proprio con loro abbiamo sostenuto in questi anni battaglie politiche importanti: mi viene in mente, ad esempio, l’impegno condiviso di recente con Emma Bonino per la difesa delle donne e dei diritti nei Paesi in via di sviluppo. Ma ricordo, anche, che insieme ai radicali sediamo in Parlamento. La loro presenza, nel sistema italiano e per il centrosinistra in particolare, è importante e significativa: hanno

dimostrato di sapersi occupare con lealtà e chiarezza dello sviluppo della nostra società, e da sempre apportano un contributo concreto anche nell’amministrazione locale e regionale. Per l’Italia, il Piemonte e le sue mille realtà sono, quindi, protagonisti di rilievo, del cui apporto non possiamo fare a meno”.

Occorre ringraziare la Presidente Bresso per la dichiarazione odierna, dettata sicuramente dal calendario elettorale delle amministrative piemontesi e dalle sollecitazioni dell’Associazione Aglietta, ma che ha valenza politica e peso specifico proprio perché espressione di una leader democratica che ha voluto e saputo avere costante attenzione alle tematiche, alle battaglie e all’iniziative dei radicali.

Il riconoscimento della lealtà e della chiarezza dell’impegno radicale, anche nel lavoro dei gruppi parlamentari, e la lusinghiera considerazione per la quale i radicali sono “protagonisti di rilievo, del cui apporto non possiamo fare a meno” è impegnativa e vincolante, non tanto per noi, ma per il Partito Democratico stesso e per il centro-sinistra tutto. Non è una mera constatazione numerica, di peso elettorale, o di vicinanza politica, ma la scelta di valorizzare una storia e una pratica politica senza eguali, anche in Piemonte, ed il contributo di un’analisi critica non facilmente eludibile, come quella sul regime partitocratico e sulla “peste italiana”.

Il tentativo di annientamento che abbiamo subito in questi anni ed in particolare in occasione delle ultime elezioni europee, solo parzialmente sventato grazie alla lotta nonviolenta con la quale abbiamo conquistato uno stretto varco nel muro di gomma dell’informazione, rimane un elemento di fondo con il quale il sistema politico italiano, a cominciare dal centro-sinistra e dal Partito Democratico, deve ancora fare i conti. Fino in fondo. Non solo in campagna elettorale.

Le campagne per l’Anagrafe Pubblica degli Eletti, per e Pari Opportunità delle coppie di fatto, per il registro del Testamento Biologico ad esempio sono alcune iniziative politiche incardinate ai vari livelli amministrativi, a Torino, in Piemonte, al Parlamento italiano ed Europeo che attendono, sin da subito, una battaglia comune.

“Sarebbe un vero peccato se il diluvio di notizie sulle elezioni sommergesse la piccola informazione apparsa sul “Sole 24Ore” di domenica: il gruppo Todini costruzioni diventerà il primo investitore strategico estero delle Olimpiadi invernali che si svolgeranno nel 2014 nella città russa di Sochi, sul Mar Nero. Luisa Todini ha così messo proficuamente a frutto la sua carica di co-presidente del “Foro di dialogo russo-italiano delle società civili”, che peraltro, a giudicare dal web, risulta una bella etichetta senza prodotto. Apprendiamo dal giornale della Confindustria che il premier Berlusconi ha perorato la causa della Todini (già parlamentare europea di Forza Italia) presso l’ amico Putin, al vertice italo-russo tenutosi in maggio proprio a Sochi.

Apprendiamo, inoltre, che fra le imprese russe coinvolte nella preparazione dei Giochi Invernali ci sono anche quelle dell’oligarca Oleg Deripaska, che è impegnato anche nell’operazione Magna<Opel. Ci sorge spontaneo un interrogativo: come mai Berlusconi è stato così attivo nel promuovere, giustamente, il gruppo Todini e così passivo nelle trattative per l’acquisizione di Opel, che hanno visto estromesso (pare non in modo definitivo) il gruppo FIAT? Eppure, come ha ricordato autorevolmente il ministro Tremonti al TG1, “Berlusconi avrebbe potuto fare molto” …

I soliti ignoti potrebbero addirittura ipotizzare che a Sochi è stato siglato un tacito patto per cui il gruppo Todini aveva campo libero in loco se in cambio il governo italiano lasciava campo libero ai russi nell’acquisizione di Opel da parte di Magna.

Vedremo se le prossime mosse del governo italiano metteranno a tacere questi “boatos”, dettati sicuramente da livore antiberlusconiano”.

“Nella provincia di Cuneo siamo al 3,35%; nella provincia di Torino poco di più; nella città di Torino, la Lista Bonino/Pannella ottiene un lusinghiero 4,10%, diventando il sesto partito; nell’intera regione, abbiamo il 3,14%.

In tutte le principali città della Provincia Granda si registra un significativo radicamento politico nell’opinione pubblica cittadina: Alba 4,50%; Bra 5,43; Cuneo 4,50%; Fossano 3,70%; Mondovì 3,20%; Saluzzo 4,05%; Savigliano 3,53%; Ceva 3,67%.

Sono cifre di gran lunga superiori al dato nazionale (2,42%) e che ci consentono di affermare che non siamo stati annientati, come appena due settimane fa potevamo temere: siamo invece una forza politica reale in tutta Italia e ancor di più in Piemonte, a Torino e Cuneo in particolare.

Questo risultato è dovuto indubbiamente alla tradizionale attenzione della provincia per le tematiche dei radicali, ed in parte all’attività politica militante che, pur senza rappresentanti nelle istituzioni locali, ha cercato continuamente sia il sostegno dei cittadini (con petizioni, raccolte firme, delibere di iniziativa popolare su anagrafe degli eletti, unioni civili, registro testamenti biologici) sia il supporto di esponenti di altre forze politiche, senza preclusioni di sorta, puntando all’obiettivo ed all’iniziativa concreta. Laicamente.

Il risultato alle elezioni europee, per quanto insufficiente per ottenere la continuità di una preziosa postazione di lavoro e lotta politica, è dovuto al voto di tanti cittadini, che ringraziamo. Alcuni sostenitori illustri e conosciuti (come Franco Debenedetti e Piero Chiambretti che hanno firmato un appello di un centinaio di personalità per il voto radicale) e tanti altri sconosciuti, che hanno voluto premiare la resistenza radicale, il continuare a proporre, con il metodo della militanza disinteressata, della nonviolenza attiva, della cittadinanza consapevole, un’alternativa laica, liberale, europea al regime partitocratico esistente in Italia da 60 anni, regime di cui Berlusconi è solo l’ultima espressione.”.

Nelle innumerevoli manifestazioni che i Radicali organizzano da vent’anni a Bruxelles, a Roma, a Torino, per la causa tibetana, sempre, sempre il nostro slogan è stato ed è: “Libertà per il Tibet, Democrazia per la Cina”. Solo se in tutta la Cina saranno riconosciuti i diritti umani, civili, politici, religiosi, sindacali, al singolo uomo cinese, alla singola donna cinese, ad ogni persona, anche in Tibet il Dalai Lama e il suo popolo vedranno riconosciuti finalmente i loro diritti e sarà interrotto il silenzioso, continuo genocidio in corso.

Non abbiamo atteso le elezioni europee per parlare di democrazia da conquistare in tutto il mondo, a partire dall’Italia. Ma, a quattro giorni dal voto, non possiamo esimerci dal ricordare che solo se la Lista Bonino/Pannella riuscirà a eleggere anche un solo deputato europeo, la lotta del Dalai Lama, la lotta degli Uiguri, la lotta dei democratici cinesi, la lotta per la libetà religiosa, anche della chiesa cattolica clandestina – avrà a Bruxelles un sostegno concreto, solido e duraturo.

Quanto i radicali piemontesi hanno fatto in questi anni per la causa tibetana è la dimostrazione evidente, per chi vuol davvero vedere, che poche persone hanno saputo tener viva la speranza per milioni di altre. Domani sera ci stenderemo simbolicamente per terra per ricordare il gesto nonviolento di migliaia di democratici cinesi; ci copriremo con le bandiere tibetane per ricordare a tutti uno dei più grandi genocidipolitici, umani e culturali del nostro tempo. Speriamo che altri vogliano condividere con noi questa iniziativa.

Siamo stati facili profeti: grazie alle pressioni di Gerard Schroder, ex cancelliere tedesco ormai factotum di Putin in Europa, il gruppo Magna si aggiudicherà il controllo di Opel, quando non noi ma tutti gli analisti erano concordi nell’affermare che il piano industriale proposto da Marchionne era migliore. Ne era convinta anche il cancelliere Angela Merkel ma ha anteposto gli interessi elettorali a breve termine a quelli economici a lungo termine. E’ bene ricordare che i socialdemocratici tedeschi avevano appoggiato incondizionatamente Magna fin dall’inizio, ancor prima di conoscere le proposte della FIAT. Gli Stati Uniti sono soddisfatti di avere ridimensionato le ambizioni di Marchionne, che, in caso di successo nell’affaire Opel, poteva sottrarre altro mercato a General Motors.

Chi ha perso? Ha perso il “sistema Italia”: il governo Berlusconi, non volendo scontentare l’ “amico Putin”, è rimasto alla finestra a guardare la lobby filo-russa farla da padrone in casa dei tedeschi. In futuro, quante altre volte si ripeterà questo schema? Gli industriali italiani forse qualche preoccupazione devono porsela…

Ha perso il “sistema Unione Europea”: è ormai evidente l’esistenza di un asse russo-tedesco che non copre più solamente il gas ma si estende ad altri rami economici e finanziari. Un asse che persegue propri interessi che non collimano (nel caso dei gasdotti sono concorrenti) con quelli dell’Unione Europea, un’ “unione” sempre meno unita e coesa.

“USEREMO L’ESERCITO NELLE ZONE CHE SARANNO SCELTE PER LA COSTRUZIONE DELLE CENTRALI NUCLEARI” ha dichiarato questa mattina il Presidente del Consiglio italiano, parlando all’Assemblea di Confesercenti a Roma.

Bruno Mellano, Presidente di Radicali Italiani, ha dichiarato:

“Berlusconi ha, in questo caso, banalmente detto la verità. Ha, semplicemente, esplicitato quanto già sta scritto nelle norme approvate dal Parlamento con il disegno di legge “Sviluppo”, che prevede la delega al Governo sul nucleare.

Berlusconi intende, per una volta, rispettare la legge, la sua legge, votata da questo Parlamento di parlamentari da lui nominati. Nel momento in cui si è scelto che le centrali nucleari siano, come le discariche, gli inceneritori, i siti di smaltimento delle aree di interesse strategico nazionale, essenziali per la sicurezza del Paese, il percorso è chiaro e definito: la militarizzazione del territorio diventa inevitabile e l’espulsione dal processo decisionale dei livelli amministrativi intermedi necessaria.

Prevedere che ci sarà battaglia è troppo facile: ci sarà sul terreno, nella società e fra le istituzioni dello Stato. I preannunci del Presidente del Consiglio sono dunque veritieri anche se rappresentano solo i primi segnali di una burrasca che arriva, che già si vede in lontananza.

Anche per questo garantire una presenza al Parlamento europeo di eletti radicali, che da sempre – laicamente, scientificamente – sono contrari al nucleare, è una misura minima di precauzione e una garanzia certa di utilizzo della postazione nell’europarlamento per incidere sulle dinamiche tutte interne della partitocrazia italiana. Anche in questo delicatissimo campo.”

Foto di Mariano Ferrentino (dove ogni tanto compaio anche io)

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