Oggi, come 22 anni fa, i radicali ribadiscono la propria posizione sul ricorso all’energia nucleare: questo nucleare non è conveniente economicamente, non risolve strategicamente dalla dipendenza dall’estero e nemmeno dalla necessità complessiva di energia, non è accettabile per il suo irrisolto impatto ambientale immediato e nel lungo, lunghissimo periodo. Un problema su tutti: la gestione delle scorie di produzione e di smantellamento degli impianti, quelli già esistenti e quelli ipotizzati, pone questioni irrisolte, ambientali ed economiche, di portata epocale e persino di difficilissima quantificazione finanziaria.

Già nel 1980 il Partito Radicale promosse un referendum sulla localizzazione delle centrali nucleari in Italia., bocciato da un’indegna sentenza della Corte Costituzionale del gennaio 1981. All’inizio degli anni ’80 il partito promosse e animò molte battaglie locali come in Puglia, contro l’assurda localizzazione di una centrale ad Avetrana, in Lazio ed in Piemonte, lotte che furono alla base della presentazione delle liste Verdi e Verdi Civiche alle elezioni regionali del 1985. Il 1986 vide la riproposizione di tre referendum contro il nucleare , affianco ai tre quesiti “Tortora” sulla giustizia giusta e ai due contro la caccia: sulla localizzazione delle centrali, sui contributi degli enti locali alle centrali e sulla partecipazione dell’ENEL alle centrali all’estero. A seguito dell’incidente di Cernobyl , il 26 aprile 1986, il dibattito sul utilizzo della fonte energetica nucleare ebbe, inevitabilmente, un nuovo impulso e, nonostante lo scioglimento anticipato della legislatura, si giunse eccezionalmente al voto sui referendum l’8 e 9 novembre 1987.

La vittoria nel referendum impedì in perseverare nell’errore strategico della politica nuclearista all’italiana, ma non riuscì ad imporre al paese l’adozione di un piano energetico vero e lungimirante: dalla miopia della classe politica partitocratica nasce ora il ritorno ai vecchi schemi e alle vecchie soluzioni; solo in un paese senza confronto democratico vero e senza possibilità di conoscere per deliberare, infatti, può essere rivenduta come soluzione innovativa l’imboccare la strada vecchia, incerta ed insicura, del nucleare di terza generazione.

Ricordare lo scontro referendario e la vittoria nelle urne per i radicali è – necessariamente – parlare di cosa rappresenta l’intera, lunga battaglia di legalità che attorno tema energetico abbiamo messo in campo, dapprima soli e poi con gli amici Verdi: solo così si può comprendere il senso profondo di una storia – antica ma attualissima – che ben rappresenta la degenerazione del sistema politico italiano che abbiamo denunciato con il documento sulla “peste italiana”.

Dichiarazione di Bruno Mellano (presidente di Radicali Italiani) e Giulio Manfredi (vice-presidente Comitato nazionale Radicali Italiani):

Finora i radicali, in 33 anni di iniziativa antinucleare, si sono confrontati unicamente con gli apprendisti stregoni “made in Italy”; per citarne uno per tutti, il generale Carlo Jean, presidente della Società Gestione degli Impianti Nucleari (Sogin) dal 2002 al 2006, quel signore che esattamente sei anni fa fece approvare dal governo Berlusconi un decreto-legge per sistemare tutti i rifiuti radioattivi presenti sul territorio italiano nel comune di Scanzano Ionico (Matera), passando completamente sulla testa della popolazione locale, che, giustamente, insorse e non se ne fece nulla. Ora la Sogin è commissariata ma pare che il generale Jean sia in corsa per la presidenza dell’Agenzia per il nucleare … della serie, al peggio non c’è mai fine.

Ieri abbiamo appreso che gli apprendisti stregoni sono presenti in gran numero anche presso la “madre di tutti i nuclearisti”, la società francese AREVA. Non era mai successo che le autorità sulla sicurezza nucleare di tre stati diversi (Francia, Finlandia e Gran Bretagna), dopo aver compiuto accertamenti autonomi, giungessero a una stessa conclusione (troppe interconnessioni fra i due sistemi di controllo, quello normale e quello d’emergenza, del reattore EPR, in corso di costruzione in Francia e Finlandia) e decidessero di renderla pubblica, causando alle azioni AREVA una perdita del 5%; segno evidente che il problema sollevato è grande e che non è facilmente risolvibile come si sono affrettate a dichiarare EDF ed AREVA, e nonostante le rassicurazioni odierne dell’amministratore delegato di Enel, Fulvio Conti.

Quello che sconcerta di più è che stiamo parlando di un reattore-pilota che abbisogna, dopo le indicazioni delle autorità di controllo, di importanti modifiche; eppure, tale reattore è già stato praticamente venduto al governo italiano (vedi conferenza stampa Berlusconi-Sarkozy del 24 febbraio 2009), che lo ha già indicato quale fulcro del rilancio nucleare.

Ministro Scajola, urge maggiore cautela e magari un’integrazione di informazione.

 

 

L’8 aprile scorso un tribunale cinese ha condannato a morte quattro persone in relazione a tre casi di “incendi fatali”, appiccati durante le rivolte del marzo 2008 a Lhasa, capitale della Regione Autonoma del Tibet. Due delle quattro condanne capitali sono state sospese per due anni. Gli imputati sono stati riconosciuti colpevoli degli incendi di cinque negozi – ha detto un portavoce del Tribunale Intermedio del Popolo di Lhasa – in cui sette civili restarono uccisi. I condannati a morte sono stati identificati come Losang Gyaltse e Loyar, mentre Tenzin Phuntsog e Gangtsu sono stati condannati a morte, ma con pena sospesa. Una quinta persona, Dawa Sangpo, è stata condannata all’ergastolo.

Il 27 ottobre scorso le autorità cinesi hanno confermato che due giovani tibetani sono stati giustiziati nei giorni precedenti in relazione alle manifestazioni in Tibet che hanno preceduto le Olimpiadi di Pechino 2008: sarebbero appunto Lobsang Gyaltsen e Loyak.

 

Bruno Mellano, Presidente di Radicali Italiani, ha dichiarato:

Mi uniscono alla richiesta autorevole e spero ascoltata del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, affinché il Governo italiano intervenga, immediatamente, sulle autorità della Repubblica Popolare di Cina in riferimento alle esecuzioni a morte conseguenti alle manifestazioni di marzo 2008 a Lhasa.

Come radicali abbiamo chiesto e chiediamo con convinzione che l’Italia e l’Europa si attivino a livello internazionale per ottenere una ricostruzione fedele e corretta dei fatti che hanno sconvolto l’intero territorio del Tibet storico in occasione della repressione preventiva di ogni possibile contestazione delle Olimpiadi di Pechino.

Pechino, con queste tragiche esecuzioni di condanne a morte, crede di aver messo – letteralmente – una pietra tombale sulle richieste internazionali – del Partito Radicale Nonviolento, del Governo e del Parlamento tibetano in esilio, del parlamento europeo – perché si indaghi e si chiarisca la dinamica degli eventi del marzo 2008 in Tibet. I cinesi continuano a ripetere la loro versione ufficiale per la quale, nelle tensioni e negli scontri di piazza, sono rimaste uccise 19 persone, prevalentemente cinesi, e furono fermate circa 1000 persone mentre dalle notizie raccolte dal Governo tibetano in esilio e documentate alle istituzioni internazionali, si è trattato di almeno 200 morti, centinaia di feriti, più di 5000 arrestati, ad opera dei servizi di sicurezza cinesi. Pechino continua ad allungare la striscia del sangue tibetano versato in oltre 50 anni di dominio militare. Fino a quando?

L’assegnazione del Premio Sacharov all’ONG russa Memorial da parte del Parlamento Europeo racchiude molteplici significati. Era stato lo stesso dissidente sovietico Andrei Sacharov a fondare Memorial con lo scopo di costruire un memoriale alle vittime dello stalinismo. Ma poi l’Associazione si è occupata anche e soprattutto delle vittime di oggi e di domani, dei civili sottoposti a violenze nella Russia post-sovietica, a Mosca come in Cecenia. Pagando duramente la sua incessante denuncia civile, con processi, intimidazioni, uccisioni (Natalia Estemirova, assassinata in Inguscezia il 15 luglio scorso, era un’attivista di Memorial).

Per noi italiani la bella notizia che arriva da Strasburgo ha un risvolto triste: nelle stesse ore, a Mosca, il primo ministro italiano, Silvio Berlusconi, ossequiava lo zar Vladimir Putin durante una “visita privata”, che privata non è stata, visto che è stata ripresa in lungo e in largo da tv e giornali e visto che è stata dedicata alla trattazione di vari affari (gasdotti, trasporti, nucleare).

A meno che Berlusconi intenda gli affari di Stato come affari privati…

Si tratta dell’ennesimo episodio di una politica italiana che, nei confronti della Russia, attua la strategia della pacca sulle spalle, della telefonata tra amici o dell’incontro informale e, in contemporanea, garantisce al regime autoritario moscovita soldi, accordi sottobanco e appoggio politico. L’Eni continua ad essere il primo cliente di Gazprom e, incredibilmente, invece di sostenere il progetto europeo di gasdotto ‘Nabucco’, che leverebbe almeno in parte il cappio energetico russo all’Europa, il nostro lungimirante Governo sostiene il progetto ‘South-stream’, ulteriore tassello per affermare il dominio e il ricatto dei russi sull’Europa e sul mondo.

Finalmente altre voci, oltre alla nostra, cominciano a levarsi dall’opposizione italiana. Casini è tornato a denunciare le violazioni dei diritti in Russia, mentre nuove appaiono le prese di posizione esplicite di Rutelli e sardoniche di D’Alema. Anche gli autorevoli esponenti del Pd, un partito che fino ad oggi ha, di fatto, appoggiato velatamente il regime putiniano, sembrano aprire gli occhi. In questi anni, nei numerosi incontri avuti dalla gran parte dei leader europei con Putin, il tema ‘diritti umani’ e il tema ‘genocidio in Cecenia’ sono stati tenuti sempre sotto traccia. Noi lo diciamo da anni e lo ribadiamo ora: l’Europa deve attuare con Mosca una politica intransigente sui diritti, sulla democrazia, sulla libertà di informazione, argomenti sui quali l’Italia ha ben poco da insegnare. Ora, per noi Italiani, si aggiunge il senso di vergogna di questi giorni nei quali Berlusconi va ad omaggiare lo ‘Zar’ in un incontro (personale? politico? istituzionale?) avvolto dal mistero e dal riserbo, con modalità inquietanti, proprio quando, per la prima volta, alcuni intellettuali russi – non senza rischi personali – rifiutano di andare alla festa di compleanno di Putin perché coincidente con l’anniversario della morte di Anna Politovskaja.

In seguito alle decisioni definitive dell’Aifa, Bruno Mellano (Presidente di Radicali Italiani) e Igor Boni (segretario dell’Associazione radicale Adelaide Aglietta) hanno rilasciato la seguente dichiarazione:

Vivessimo in una democrazia, non ci sarebbe nulla da festeggiare alla notizia che il Consiglio di Amministrazione dell’Agenzia Italiana per il Farmaco (AIFA) ha deliberato l’introduzione in Italia della RU486: sono passati 31 anni dalla legalizzazione dell’aborto con la legge 194/78, il cui art. 15 già prevedeva la possibilità dell’aborto farmacologico; sono passati vent’anni da quando la pillola abortiva è stata messa a disposizione delle donne francesi (e poi diffusa in tutta Europa); sono passati due anni da quando è arrivata sul tavolo dell’AIFA la richiesta di introduzione in Italia della RU486; sono passati oltre due mesi dal suo primo responso positivo.

Ma viviamo in una partitocrazia subalterna al Vaticano, per cui quella di oggi è una grande vittoria laica ed è la prima sconfitta del fronte clericale dopo la sua grande affermazione in occasione del referendum sulla fecondazione assistita (2005); una vittoria laica dovuta alla tenacia del ginecologo radicale Silvio Viale, dovuta alla durata dell’impegno dell’Associazione Aglietta, di Radicali Italiani e dell’Associazione Luca Coscioni.

Si tratta ora di rendere effettiva, per ciascuna donna italiana che decida di abortire (anche per quelle che vivono in regioni dove l’80-90% dei ginecologi ospedalieri è obiettore), la possibilità di scegliere fra aborto chirurgico e aborto farmacologico. Si tratta di continuare ad opporsi ai tentativi della premiata coppia Maurizio Sacconi/Eugenia Roccella di sabotare questa possibilità di scelta. Resta da sottolineare quanto questa decisione renda ancora più ridicola, strumentale e inutile la scelta di istituire al Senato una commissione d’inchiesta sulla pillola abortiva; sarebbe il caso di prenderne atto e chiudere questa farsa.

Chi mal comincia … Il nucleare italiano è ancora tutto sulla carta e già uno dei principali protagonisti, l’Enel, smentisce il “ministro nucleare”, Claudio Scajola. Enel ha fatto le cose in grande nel campo delle pubbliche relazioni, ospitando nel week-end oltre 40 giornalisti a Flamanville, in Normadia, dove c’è il cantiere del primo reattore di terza generazione avanzata (EPR, European Pressurizzed Reactor), lo stesso modello che Enel ed Edf intendono adottare per le prime quattro centrali nucleari italiane.

Ma gli ingegneri dell’Enel sono stati costretti a smentire implicitamente le ottimistiche previsioni di Scajola, che aveva annunciato trionfalmente l’inizio dei lavori delle centrali italiane nel 2013, prima del termine ordinario della legislatura; l’Enel prevede invece l’apertura dei cantieri nel 2015, per aver il primo reattore operativo nel 2020, fra 11 anni.

E oggi lo stesso quotidiano della Confindustria ha l’onestà intellettuale di ricordare il “caso Finlandia”, dove i contenziosi aperti tra costruttori (l’Edf francese, socio dell’Enel nell’avventura nucleare italiana) e consorzio operativo ha fatto slittare i tempi previsti ed aumentare i costi.

Dulcis in fundo, gli ingegneri Enel hanno spiegato che a febbraio il governo fisserà tramite decreto solamente la cornice giuridica mentre i siti delle centrali saranno scelti più tardi; gli uomini di Conti non hanno detto altro. Lo diciamo noi: nonostante i suoi toni trionfalistici, il governo Berlusconi vuole far passare le elezioni regionali di marzo per non iniziare già a pagare, in termini di voti, la bolletta nucleare.

La notizia è di quelle che devono far riflettere. Gli Stati Uniti d’America in difficoltà economica e nella ricerca di nuovi equilibri mondiali finiscono per somigliare sempre di più all’Europa. Gli USA, come la vecchia Europa delle 27 patrie nazionali, cerca di non irritate la leadership di Pechino, al punto da decidere l’agenda politica degli incontri del Presidente in base agli umori cinesi. Obama conferma con questa decisione la strategia inaugurata dal Segretario di Stato Hillary Clinton a Pechino: prima le ragioni economiche e poi, eventualmente, i diritti umani. Un’inviata speciale molto vicina ad Obama è stata, nelle scorse settimane, a Dharansala a colloquio riservato con il Dalai Lama e con le autorità tibetane in esilio in India, evidentemente ad informare in anticipo gli “amici” tibetani e a concordare altri incontri meno imbarazzanti dal punto di vista del calendario. Quello che oggi possiamo constatare è un’America che si “europeizza”, con i balletti dei cerimoniali, più o meno ufficiali, che tanto ricordano i minuetti di Sarkozy con il Dalai Lama del 2008, non ricevuto ufficialmente in Francia (con il Presidente sostituito dalla signora Bruni) ma poi incontrato in Polonia o delle varie cancellerie e farnesine occidentali, che da anni si barcamenano fra incontri ufficiosi e meeting allargati di premi Nobel. La Cina, sempre più ingombrante sulla scacchiera internazionale, dal Tibet alla Birmania, dal Darfur all’intera Africa, dalla Corea all’Iran, dal Caucaso alla Russia, ora lo diventa anche nell’agenda presidenziale americana. Come ricordammo a Prodi, quando non volle incontrare il Dalai Lama perché era in partenza per Pechino, crediamo non sia una politica prudente, nemmeno per Washington, quella di accettare i veti ed assecondare i diktat cinesi.

AMInews

Siamo sinceramente impressionati dall’attivismo nuclearista del ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola: dopo essere stato l’artefice del “patto d’acciaio” fra Enel ed Edf, ieri è riuscito a siglare un’intesa con l’amministrazione Obama anche sulla “ricerca di opportunità contrattuali per la realizzazione di centrali nucleari”, aprendo prospettive allettanti per l’americana Westinghouse, socia di Ansaldo Nucleare (così il ligure Scajola ha acquisito meriti anche presso la potente società genovese, a sei mesi dalle elezioni regionali). Il nostro semplice dubbio è se dietro tale attivismo vi sia un progetto a lungo termine già ben definito oppure se il ministro proceda come un’apprendista stregone; la sua affermazione “sarà il mercato competitivo a fare le scelte” è pura retorica, visto che in campo ci sono aziende (vedi Enel ed Edf, ma si vocifera anche di un discesa in campo di Eni nella cordata Westinghouse-Ansaldo) controllate saldamente dallo Stato.

Riuscirà Scajola a mettere d’accordo i contendenti di una torta da 40 miliardi di eu­ro?

Intanto, preso dall’euforia, il ministro ha voluto strafare e, rispetto ai ricorsi antinucleari presentati da nove regioni alla Consulta, se l’è cavata affermando che se la Corte Costituzionale dovesse accoglierli “potrà suggerire al governo le modifiche legislative” utili a evitarne altri. Non ci pare che fra le prerogative della Consulta vi sia quella di “suggeritore” del governo; i supremi giudici devono semplicemente accertare se esista un vulnus all’ordinamento costituzionale da parte delle norme impugnate dai ricorrenti.

… ma si sa, gli apprendisti stregoni non vanno mai troppo per il sottile in materia di diritto.

Il 2 ottobre, anniversario della nascita di Gandhi, è stata dichiarata dalll’ONU “Giornata Mondiale della nonviolenza”. L’Associazione di Comuni, Province, Regioni per il Tibet – che ha sede presso il Consiglio Regionale del Piemonte – ha organizzato per domani un convegno su “Gandhi Day – Le radici spirituali della politica Gandhiana”.

Sarà presente ed interverrà al convegno Lorenzo Strik Lievers, membro della Direzione nazionale di Radicali Italiani.

Si tratta di un’occasione preziosa: personalità delle più diverse estrazioni, credi e provenienze rifletteranno insieme sull’attualità della teoria e pratica gandhiane. Noi radicali siamo particolarmente interessati a capire come riversare l’eredità del Mahatma nella resistenza nonviolenta del Dalai Lama e del popolo tibetano rispetto al Moloc cinese, che proprio oggi festeggia i 60 anni di potere.

Il Dalai Lama non vuole certo un ritorno al passato; è stato il primo a riconoscere l’enorme balzo in avanti compiuto negli ultimi trent’anni, dopo la morte di Mao, dal regime cinese, che ha consentito a centinaia di milioni di persone di dimenticare la fame e gli stenti. Si tratta ora di attuare quella che uno dei principali dissidenti cinesi, Wej Jingsheng (iscritto al Transpartito Radicale Nonviolento) ha chiamato la “quinta modernizzazione”: la democrazia, il rispetto dei diritti umani, in Tibet e in tutta la Cina.

Gandhi si confrontò prima in Sudafrica con il regime boero di provenienza olandese e poi in India con la democrazia parlamentare inglese, due avversari incommensurabili e imparagonabili alla potenza cinese. Siamo, però, convinti che i suoi insegnamenti possano ancora parlare al cuore e alle menti degli uomini e delle donne del 2000, in Italia come in Cina.

Venerdì 2 ottobre 2009 – Ore 9.30

Sala Viglione – Consiglio Regionale del Piemonte

Via Alfieri 15, Torino

“Le radici spirituali della politica Gandhiana”

Foto di Mariano Ferrentino (dove ogni tanto compaio anche io)

2009.10.31b 013

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